Quattroperquattrougualecentotrentuno

Un alveare. Troppo perfetto per essere umano. Fluido. Dinamico. Incasellato al suo interno il mio ufficio. Tenero. Una trincea che può avvolgere e proteggerti da ciò che fuggi. Perché la fuga non finisce spingendosi verso oriente. Ma anche la trincea può avvolgere fino a soffocare.

La curva d’apprendimento s’allunga sul piano. Non è ancora asintotica all’ascissa ma si sta avvicinando. Qualche mese è sufficiente per imparare a ringraziare e salutare una cassiera compiaciuta dal mio accento, dopo aver letto il verde degli Yen, impressi sul solito cristallo nero del registratore di cassa. I numeri rimangono arabi, ovunque. I giapponesi fallirono come fallirono i romani. La curva d’apprendimento è un concetto versatile. Non capisco perché sia ignorata dai più. Ad ogni modo questa si confonde velocemente con il lungo braccio delle X nell’identificazione del proprio rifugio. Materiale, chiaramente. La vedo li, avvolta nella nebbia di un’estate che avanza. Una pino affonda le radici nel giardino condominiale e alle sue radici camelie si colorano di rosa ai bordi. Non un cedro. Ma neanche in Via degli Ulivi c’erano ulivi. Magari in Piazza Dante ci abita un certo Dante e in Piazza Duomo sai che puoi trovare un qualche povero cristo appeso; ma non ascoltare gli arbusti, mentono.

Ho smesso di contare i mesi. Suzuki quattroperquattro, come ogni giorno, era passato a sincerarsi del mio lavoro. Ogni giorno fa vorticare le gambe al di là della porta. Ogni giorno, nonostante il ronzare dell’alveare, lo senti inchiodare. Ogni giorno intravedi la sua figura asciutta, non minuta, al di là del vetro opacizzato. Ogni giorno schianta le nocche e aspetta il tuo consenso. Apre e s’inchina. M’ascolta e lo ascolto e m’ascolta e si congeda e s’inchina. Andandosene, questa volta s’avvita su se stesso: “Del tutto ufficioso, ma si sta pensando ad un’operazione straordinaria. Si dovrebbe rivedere la struttura del gruppo. Chiaramente il tutto si svolgerà in Italia. Mi sembrava giusto avvertirti perché probabilmente ci sarà un ruolo anche per te in tutto ciò”. Nella speranza che quel “dovrebbe” potesse esser considerato particolarmente remoto e lontano e che quel “probabilmente” fosse solo un rafforzativo dei complimenti fatti per il lavoro fin’ora svolto, ripresi le mie scartoffie arrotolandomi nel fango della mia trincea. La cravatta iniziava a stringere e la vena a pulsare. Tornare. La tregua poteva finire da un giorno all’altro. E non potevo far niente. Come al mio solito.

 

Arrivano le nove. Trascinandomi fuori dalla trincea, inizio la fuga nella terra di nessuno. Schivo i colpi fino al treno. Ma il frastuono della metro disorienta e sbilancia. E tra il rumore dei binari stridenti si nasconde il boato. Un proiettile s’incassa sotto lo sterno. Deflagra all’impatto. Corrode le budella. Disorientato e percosso, m’avvio rigido alla rampa d’uscita. Centotrentuno i passi che, costeggiando il mio artificiale ricordo dei suginamiki, servono per arrivare fino a quella che ora posso chiamare casa. Rifugio. Pino e camelie incluse. Centotrentuno passi e un’idea da soffiare via insieme al fumo amaro di una sigaretta. Centotrentuno in tutto. Centotrentuno comprese le scale. Quattro scale. Spingo la porta e mi trascino per l’atrio fino all’appartamento. Altri dieci passi per la serratura. Piano terra. Entro. Mi lascio la cucina sulla sinistra. La fame si è spenta dietro al pomeriggio. Allento la cravatta e libero i polsi. Sanguinante di parole, m’avvicino alla Lettera 32.

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