(Se)

La prima notte che trascorsi in Giappone fu orrenda. Tokyo, il brulichio di gente a tutte le ore, luci colorate, strani ritrovati tecnologici che non capisci bene a cosa servano ma poi scopri di non poter fare più senza, sì, tutto vero. Al di là degli stereotipi e delle fantasie su un mondo lontano, ero a pezzi. Niente che mi esaltasse se non l’idea di arrivare nella casa che la ditta aveva preparato per me. Per fortuna non in centro, ma nella tranquilla periferia fiorita di ciliegi e mandorli. Sì, stereotipo anche questo, ma iniziavo a pensare che quello che per me era stereotipo e dolcemente romantico, era in realtà la normalità. Bastava abituarsi. E sapevo che ci sarei riuscito, che un giorno avrei parlato del Giappone con tutta la naturalezza possibile – e anche con un pizzico di compiacenza.

Suginami. Il nome del quartiere in cui abitavo. “C’era una lunga fila di cedri prima, Suginamiki è “albero di cedro”.  Ora non più cedri, ma tanti parchi e boschi”, mi disse l’affittuaria della casa. Niente a che vedere con l’impertinenza scocciata della signora Falchera. Anziana sì, con i capelli bianchi ma memori di una lucentezza corvina di gioventù raccolti sopra la testa. Mi mostrò le stanze, mi aprì le porte, mi spiegò il funzionamento meccanico di questo luogo di cui mi rimanevano però ancora ignoti i rituali, gli angoli preferiti, i segreti accumuli di polvere – tutto ciò, insomma, che mi avrebbe permesso di chiamarla “casa”. Non più scale da saltare in fretta per venire da te, non più tappetini “welcome”, non più divani su cui studiare, non più chitarra, niente. Azzerato.

Scosso dal viaggio che era durato, imprevisti compresi, la bellezza di 28 ore, scosso dall’idea di tutto quello che avevo lasciato, dall’idea di te, da te, crollai. Un morso alla pancia. Lo stomaco che si rivoltava e rovesciava anche me. Passai le successive 24 ore a letto, in preda alla febbre e facendo la spola tra il letto e il bagno. Se non altro, avevo potuto inziare a conoscere quella parte della casa. 9 passi. Passi grandi, ovviamente, di chi ha fretta di raggiungere il lavandino.

La parte peggiore però è stata il delirio della febbre. Confuso. Pieno di sogni colorati, c’erano delle perline che tu infilavi paziente per poi tagliare il filo e lasciare che cadessero in terra come un’abbondante pioggia d’autunno, di quelle che non irrigano ma distruggono solamente. Poi delle scarpe bianche. Il mare che si riempiva di persone a fare il bagno. Un drago che rincorreva delle pecore in mezzo ad una spiaggia di sassi.

Piuttosto traumatico come inizio.

(Devo ammettere, ma lo faccio sottovoce, altrimenti mi diresti come al solito “Se mio nonno avesse le ruote sarebbe una cariola, smettila di usare questi Se!”, che per un attimo ho provato a immaginare come sarebbe stato se…se fossi rimasto, se non fossi fuggito, se Betzy non fosse rimasta lì, se se se se. Il problema con i Se è che creano dipendenza. Si vorrebbe usarli all’infinito ed andare sempre più a ritroso per raggiungere la prima vera causa scatenante, il click dell’interruttore originario che ha acceso la macchina infernale delle scelte e delle conseguenze. Ci ho provato, ma il risultato è stato piuttosto gramo. Avevi ragione tu, anche questa volta. Cercavo di leggere segni di te intorno, e c’eri, ma c’eri fino a un certo punto, fino a quando ho dovuto convincermi che Suginami significa “fila di cedri” e non “cesto di pompelmi”. E tu odiavi i cedri perché gli agrumi devono essere agri, non fintamente zuccherosi. I pompelmi sono gli unici agrumi onesti).

Il giorno dopo tutto filò abbastanza liscio. Andai a conoscere il mio capo, il signor Suzuki – no, non è uno stereotipo, e se anche avesse le ruote non sarebbe una carriola, al più un simpatico fuoristrada 4×4 – che mi invitò a cena la sera stessa per discutere meglio del mio compito lì. E così, alle 8 precise, ero ad uno dei Benihana della città, il marchio più occidentale di cucina giapponese che possa mai esistere. Un tentativo per farmi sentire più a mio agio? Per farmi fare una scorpacciata ulteriore di stereotipi? Non cucina giapponese, ma l’idea occidentale della cucina giapponese era quello che mi si presentava davanti agli occhi. Suzuki 4×4 probabilmente se n’era accorto. Ecco perché il dopo cena si è concluso da un’altra parte, dove il sakè non sembra vodka allungata con l’acqua e il wasabi brilla verde. Verde acerbo. Mirta, smettila di fissarmi da quella ciotolina.

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