Una fuga all’inglese non può durare per sempre.

Iniziò a contare i martedì sulle corde di quel rottame di legno che chiama Betzy. Quando arrivò a sei ripartì dagli scarabocchi che s’arrotolano attorno al foro della cassa armonica.

 I mercoledì, i giovedì, i venerdì, i sabati, le domeniche e i lunedì non cambiarono. Continuava a trotterellare per la casa. Fastidiosa e inopportuna.

Ma ad Ares non si scappa. Nel secondo giorno della settimana arrivava dalla redazione, fasciata dal suo impermeabile dalla manica consumata, e si sedeva avvolta nel mentolo. Prendeva Betzy e la tendeva al muro, apriva i suoi libri e taceva, quasi in attesa. Facevo appena in tempo a salutarla prima di avviarmi dai miei baffuti. Dal canto mio, quei vecchi bavosi – consolare la gente non è mai stata una delle mie doti più spiccate – furono una benedizione. Considerando, poi, che fu proprio lei a chiedermi di cambiare il turno e rinunciare al mio giorno libero per levarmi dai piedi ogni martedì sera – in cambio di un lunghissimo mese di stoviglie lavate – non potevo neanche sentirmi troppo in colpa nell’abbandonarla stropicciata in quella Via degli Ulivi. Scostando la porta le singhiozzavo: “una fuga all’inglese non può durare per sempre, buono studio.” Lei rispondeva laconica:

“Grazie e buon lavoro.”

Quando arrivò a contare il secondo Mi, tagliai la prima parte. Non potevo far altro che attendere che lei smettesse d’attendere.

La loro relazione, se così possiamo chiamare quell’adolescenziale rincorrersi, era un territorio proibito. Il divieto fu scritto col verde, ma non quello stesso verde che aveva appeso in camera. Era il verde acerbo dei suoi occhi ad aver definito il territorio quando le chiesi: “Quei cuscini, sono comodi o no?”. Da quella mattina mi limitai a stuzzicali in coppia, giusto per farmi un’idea di cosa succedeva mentre ero a lavare i bicchieri sporchi di Brancamenta. La risposta che mi davo era sempre la stessa. Niente.

Quando mi ritrovai quella carcassa di palissandro ammaccato in casa intesi che c’era qualcosa di strano nell’aria. Non se ne separava facilmente. Aspettai il martedì per chiedere. Allontanandomi da Via degli Ulivi le chiesi “Ma lui?”

“Giappone. Per lavoro. Ti saluta.”

“E non poteva farlo di persona?”

“Mi sono posta la stessa domanda.”

“Torna quando?”

“Non so.”

Quei due monosillabi vomitati indicavano che stavo continuando con le infrazioni. Singhiozzai il primo dei sei “Una fuga all’inglese non può durare per sempre.” e mi chiusi la porta alle spalle.

Quando finì di contare gli scarabocchi ripartì dai tasti. Intanto avevo finito di sporgermi sul bancone per quella dannata macchinetta, ma i suoi martedì non cambiavano. Nonostante l’avesse fatta in barba all’ostacolo Gonella e fosse iscritta da qualche tempo all’albo, continuava a passare il martedì sui suoi libri. Nella settimana in cui ritornai dal mio parco insospettita dal tizio tra il moro e il castano, era già arrivata al diciottesimo. Ora non mancava che un ultimo tasto.

Una fuga all’inglese non può durare per sempre: i conti in sospeso vanno saldati. Sempre. E quei sette anni non sono ancora passati.

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