Secondo l’oroscopo celtico, il segno dell’Olmo si associa…

Se fosse improvvisamente scomparsa nel nulla, sarebbe stato l’amore più grande della mia vita.

Probabilmente lo è stato comunque, ma in un modo che sfuggiva alla mia follia da ventenne. Avevo bisogno di lei per quello che i suoi calzini diversi erano, per quello che il suo tenero affetto mi lasciava, per il sapore che aveva il suo mento quando un rivolo di succo di pompelmo le colava dall’angolo della bocca. I martedì passati insieme a studiare erano ovviamente solo un banale pretesto per passare ore a guardarci nasconderci dietro una maschera di fascino intellettuale che in realtà viaggiava anche verso il basso, molto verso il basso. Tutto sempre taciuto, tutto mai detto, tutto sempre lasciato vagare nella zona vaga e indistinta dell’etereo. Macché etereo. Era vero, vero brivido, mai consumato che però voleva essere sempre attizzato e infuocato. Non era l’uno dell’altra quello di cui avevamo bisogno. Eravamo vampiri che volevano solo succhiare l’essenza, l’energia. La vita. Io volevo la sua vita. E tutto quello che c’era dalla vita in sotto. E se ne rimaneva un po’, anche quello dalla vita in sopra.

Il problema era che lei esisteva, ed esisteva in un modo che mi impediva di averla. L’unico suo difetto era l’esistenza. Dovevo partire per convincermi che non ci fosse, che la Mirta che scioccamente aveva bussato alla porta di mio zio per chiedere il sale, che due ore dopo era salita di nuovo a chiedermi il té e una settimana dopo aveva dormito sul divano di casa mia per vedere se i cuscini fossero comodi abbastanza, che mi aveva rotto il pavimento con una bottiglia…non puoi esistere, non devi esistere. Perché così posso cancellarti e ri-conoscerti un’altra volta, e questa volta magari interessarmi meno a te e rimanere meno affascinato e meno sorpreso e riuscire a viverti con più idiozia.

Invece no. Tu esisti, e fai drammaticamente precipitare anche me nel mondo e nel bisogno costante di te. Non ti sopporto, non sopporto l’idea che tu ci sia, voglio perdere altro tempo e non vivere nel tuo stesso palazzo, non studiare con te, non trovarmi con te il martedì sera, non darti il sale, non essere a distanza raggiungibile. Oppure, se lo sei, allora lascia che ti prenda, che spenga la luce, che senta il tuo braccio contrarsi e il gomito serrarsi e il collo stendersi, non farmi domande, non darmi risposte. Vorrei essere un essere senza memoria e senza desiderio, e invece sei qui che mi fai sperare, attendere, ricordare.

Devo andare. Mi ero detto, devo andare. Il Giappone. Anni dopo. E quelle maledette NewPorto che ti ostini a fumare, schifose. Forse mi hai riconosciuto.

Il giorno in cui preparai gli scatoloni avevo finito il nastro adesivo. Scendendo a comprarne un rotolo, ho incrociato sulle scale la signora Falchera. Col suo sex appeal da portinaia in grembiule di cotone a righe azzurre

“Mi spieghi ora cosa c’è da correre”

Ho fretta, molta fretta.

“Ma è vero che parte?”

Non lo dica forte, non volevo rovinare la mia uscita di scena con la lettera 32.

“Sì ma torno tra qualche giorno”

Per un istante ho sperato di sognare, ho sperato di ritornare veramente qualche giorno dopo e rientrare nella bella routine dei martedì sera. Ma non potevo. Non potevo. Non potevo arrendermi all’idea che tu esistevi. All’idea che eri lì. Dovevo rischiare di rovinarmi  e rovinarti perché sapevo che un giorno sarei tornato per vederti accendere le NuovaPorto e asciugarti la goccia di succo di pompelmo che ti aveva macchiato i pantaloni quel pomeriggio a casa mia. Volevo vivere parallelo a te senza te privato della tua esistenza. Mi dovevi lasciare in pace. Quello che tu significavi per me era quello che contava. Di te mi fregava ben poco.

E pensare che stavo per mandare tutto all’aria. Prima la Signora Falchera che mi blocca per le scale: “Ecco, ora esce fuori, mi chiede cosa ci faccio del nastro adesivo, dove sto andando, scene di pianto e panico, no ti prego non partire vengo con te ma lasciami stare ma che cazzo vuoi ma tu che cazzo hai ma ecc ecc”. Poi Betzy che rimane da mio zio.

Poi l’aereo che persi. Il Giappone in cui non arrivai mai. L’albergo in cui alloggiai in attesa del volo successivo. La donna che incontrai nell’atrio. Le calze a rete. Il volo che finalmente presi. La valigia smarrita.

E l’olmo in giardino che aveva sostituito i mirti. E via degli Ulivi. Se fossi stato un esperto di oroscopo celtico, avrei saputo interpretare questo cambiamento di flora come un segno del destino. Eri tu però quella che strappava l’ultima pagina del giornale per interrogare lo zodiaco.

“Siamo noi ad interrompere l’opera degli dei, / noi impazienti ed ignare creature dell’attimo”.

(Kavafis, “Interruzione”)

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Post. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...