Così terrorizzato che non aveva lasciato neppure un indirizzo dove rispondergli.

Aspettare che di nuovo, per caso, tu riappaia?

E sia.

Allora mi metto qui e aspetto. Aspetto come si aspetta il tram, sapendo che prima o poi passerà, si spera il più presto possibile? O aspetto come si aspetta il colpo di grazia, che sai che arriverà, si spera il  più tardi possibile? O aspetto come si aspetta la campanella dell’ultimo giorno di scuola, che non riesci a pensare ad altro fino a quel momento, e non esistono compiti che riescano a tenerti incollato sulla sedia o grafici che incollino i tuoi occhi alla lavagna? Mi hai insegnato tante cose, caro Ludovico, ma l’attesa non sei mai riuscito a farmela capire. “Un atteggiamento, è un atteggiamento. L’attesa non è tempo, l’attesa è il tuo modo di parlare con il tempo”. Certo. Ovvio. Come quando prepari il caffè: compi una serie di riti che ti preparano al borbottio finale di giubilo. Con i riti si impara ad attendere. Sviti, acqua, caffè, caffè sopra l’acqua, avviti, serri, centri sul fornello, gas, accendino, e lo sfriggere dell’acqua colata sul bordo della caffettiera che nella sua rapida corsa sfrenata finisce per tamponare con la fiamma del fornello.

Per questo mi hai lasciato la tua moka nello scatolone? Insieme al sale, la mattonella del bagno che ti spaccai con una bottiglia di gin, il righello, il disco, la penna di pinocchio, la tovaglia a scacchi? Non si fa così, non si va via così, tu, Brassens e una macchina da scrivere.

Ti ricordi l’ultimo martedì? O meglio, io non credevo fosse l’ultimo, lo è diventato dal momento in cui te ne sei andato – tu ti ricordi l’ultima volta che tua mamma ti ha preso in braccio? Perché uno non sa quand’è l’ultima volta che la madre lo prende in braccio, succede e basta, anche perché sarebbe a dir poco traumatico per un bimbo sapere che da quel momento in poi sarà ufficialmente nel mondo dei “bimbi grandi”, ma cosa c’entra Mirta ma cosa dici Mirta.

Insomma, Martedì scorso, che era l’ultimo Martedì anche se a mia insaputa, sei entrato con la vecchia Betzy, che ha battuto per l’ennesima volta la pancia contro lo stipite della porta prima e la testa contro la credenza poi. La tieni in braccio con così poca cura…

“Poverina”

“Tanto è di legno”

“Diletta non offendere”

“È di legno e lo sa benissimo anche lei”

“Ma tu non vai al bar stasera?”

“Sì che vado, io le nottate sopra i libri le ho già fatte. Ora mi tocca farle sul bancone a sciacquare bicchieri di Campari orlati di bava di ottantenne di provincia”

“Quanto ti manca per comprare la macchina fotografica che mi dicevi?”

“Troppo, ancora troppo. Ma lasciamo stare, meglio che vada.Voi quando avete il famoso esame?”

“Due settimane e qualche ora”

“Ah, grazie per la specificazione. E la chitarra, scusate, vi aiuta a concentrarvi meglio?”

“No, Betzy odia i libri. Però le si è rotta una corda e mi chiedevo se…”

“Sai dove le tengo, immagino”

“Sì, credo…”

“Sì lo so, dovresti rispondermi”

“Sì lo so”

“Ecco, buona serata allora”

E come ogni martedì, dal libro a Betzy alle discussioni sui massimi sistemi. Mancava quella volta il tuo preferito, il sol. Il mio preferito, ma il tuo preferito anche. Non pensare che io dica “il nostro” perché lo sai che mi fa schifo qualsiasi sottesa mielosa condivisione di deboli accenni di supposta complicità. Quindi, mancava il sol all’appello SOLve polluti, la nota che scioglie i peccati e ti strizza lo stomaco. Perché ti sta lì, sulla pancia, e quando la pizzichi è come una lama che ti entra trasversale, sfonda la cassa armonica, ti taglia l’ombelico, passa radente all’ultima coppia di costole, ti squarta i fianchi e passa precisa tra T11 e T12, le vertebre galleggianti, che una volta mi hai detto che galleggiano perché devono far passare il sol senza fare troppa resistenza, altrimenti il sol ci spaccherebbe la colonna vertebrale e invece bisogna lasciare che ti attraversi senza cercare di tenerselo dentro perché non ce la faresti.

“il sol ti attraversa e non si ferma, non si concede per tanto ma ti devasta il giusto perché tu ne abbia bisogno ogni tanto di nuovo”

Abbiamo cercato quella corda per tutta casa, nel cassetto, nella custodia, nell’armadio. E mi dispiaceva per Betzy, poverina. Solo libri quella sera, e disquisizioni sui massimi sistemi. No Betzy.

Ti avevo detto che te l’avrei trovata per il prossimo martedì. Ma non c’è stato prossimo martedì. E così, come il sol che ti passa attraverso le vertebre, sei andato. E io, come lo spazio vuoto tra le due vertebre, mi sono preoccupata di lasciarti passare. E visto che non ho un indirizzo dove risponderti e dirti tutte queste cose, prendo in consegna Betzy.

Sono passata da tuo zio. Forse si aspettava che gli chiedessi qualcosa. Di te, intendo. E invece gli ho chiesto di lei. La prendo in prestito per un po’, gli ho detto. Sinceramente, per un po’ avevo pensato la portassi con te. Ma sono stata felice che gli scatoloni fossero troppi.

In compenso, ora Betzy non ha più il sorriso sdentato. Il sol è al suo posto.

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