Non rimanevano che altre sedici sigarette.

Buongiorno signora Teresa.

Buongiorno Marta. Ricordati di non fumare nell’atrio.

Il cartello parla chiaro. Ora scappo, mi scusi. Arrivederci!

Buona giornata.

 

I nove passi diventano quattro, se avverti alle tue spalle il metronomante bastone della signora, anzi, signorina Falchera. Loquace. Troppo. Soprattutto nelle mattine senza caffè.

Infilandomi in casa mi sfilai l’impermeabile facendolo cadere sul primo scatolone a destra. Sono tornata, gridai. Nessuna risposta. Cercando, poi, una delle diciannove nuovaporto rimaste, gettai il mazzo di chiavi sulla torre più alta. Lo schianto ebbe un suono diverso. Mi voltai verso quella vocale che nessuno riesce a pronunciare. Un biglietto.

Grazie lo stesso per il caffè.

Grazie lo stesso per il caffè? Per una volta che posso dormire, mi alzo alle dieci e lei scompare. Le dieci per nulla. Tanto lei non si ricorda cosa significa dormire. Te la farò pagare, lo giuro.

Mi feci inghiottire dalla cucina. Diritta ai fornelli. Moka da tre. Svita, acqua, attappa, caffè, riavvita, gas, fiammifero, diciannovesima, stesso fiammifero, mentolo.

In qualche minuto la moka iniziò a borbottare. Finalmente. L’aroma del caffè si mescolava all’odore della cenere. Agganciai l’ansa della tazzina con l’indice, portandola sul piano cottura. Inclinai la moka e versai la prima metà. Riafferrai la piccola ansa e ne bevvi il contenuto ancora bollente. Versai la seconda metà. Mi sedetti. Scomoda e tranquilla.

 

Quattro anni. Quattro settimi. Era il Settembre del 1982 quando mi trasferii qui. Ora siamo a Gennaio. Il Gennaio del 1986. Non sono passati quattro anni. Tre e mezzi. Si tende sempre ad arrotondare per eccesso. Per colmare i vuoti. Perché si ha paura dei vuoti. Perché spesso c’è da renderli. Renderli a qualcuno. Come un debito. Conti in sospeso. Conti. Contavo? Contavo le sigarette e il caffè e gli anni. Le prime sono ora diciottoemezza, mezzafumante, il secondo è a zero e gli ultimi sono treemezzo. Senza arrotondare. E se non arrotondo e se ogni anno ha trecentosessantacinque giorni e se sono passati tre anni e mezzi, milleduecentoerotti giorni. Milleduecentoerotti sono circa la metà di duemilacinquecentocinquantacinque. Duemilacinquecentocinquantasette, con i bisestili. Treemezzo sono la metà di sette. Quindi, a suo dire, sono per metà un’altra persona. Sono per metà un’altra persona? Unmezzo vecchia e unmezzo nuova. E quindi sono un uno. Un intero, senza arrotondamenti. Senza debiti ne crediti verso la matematica. Senza conti in sospeso, perché uno è uno. Ma milleduecentoerotti sono meno della metà di duemilacinquecentocinquantacinque. Quindi sono unpocomenodiunmezzo nuova e unpocopiùdiunmezzo vecchia. Che è comunque uno. Un uno.
Ma, allora, se Diletta ha ragione, la mia parte nuova deve qualcosa alla mia parte vecchia.

E facciamo che ne diventino diciassette.

Diciassetteetrequarti.

Diciassetteemezzi.

Diciassetteeunquarto.

Ciao

Diciassette.

Diciassette?

Diciassette. Parlavo da sola.

Mh, ok. Non sperare che la cosa mi sorprenda.
Caffè?

Il caffè è al suo posto, come da patti.
Certo che potevi aspettarmi. Sarei ritornata in un attimo.
Questa è maleducazione.

I tuoi attimi durano un po’ troppo.

Sì, ma non pensare che la passerai liscia.

Posso farmi perdonare con un caffè?

Col caffè che ho appena comprato, intendi?
No, grazie. Già fatto da me.

Allora uso quella da tre.
Ascolta una cosa.
Sono passata da casa perché ho dimenticato delle cose.

E quindi?

Eh, aspetta.
Ero arrivata al parco. Ma poi sono dovuta tornare indietro, come t’ho detto. Tornando, mi sembra di aver visto qualcuno. Qualcuno di familiare. Mi sembra, un tuo amico. Vecchio amico.
Alto, ma non troppo alto. Alto tipo nella media. Tra il moro e il castano. Magrolino.

Non mi sei propriamente d’aiuto.

Ti ho visto parlare con lui poco tempo fa. Qui in strada.
Forse.
Ma ero lontana.

No, non mi viene in mente niente.
Mi dispiace.

Poco male. Ora recupero le cose che ho lasciato in giro e scappo.
Mi porto il caffè dietro che sono di fretta.
Potresti versarmelo in uno di quei bicchieri di cartoncino?

Certo.

Fatto.

Grazie.
Ciaociao

Afferrò il bicchiere. Ancora fumante. E scomparve dietro una porta sbattuta, con i suoi venticinque chili sulle spalle.
A me non rimanevano che altre sedici sigarette, una tazzina da lavare e un debito da saldare.

 

 

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