Fecola, fecola ovunque.

Avevo raccolto un mazzo di fiori selvatici. Erano sotto un melo selvatico. Fiori gialli, di quei fiori di prato che tutti conoscono ma di cui nessuno sa il nome. Li incontri ogni primavera, un appuntamento al buio che si ripete ogni anno. Ormai dovresti conoscerli quegli spicchi di sole attaccati ad uno stelo gracile, dovresti essere capace di chiamarli, di salutarli magari quando sei per strada, ma continui imperterrita a non sapere, e forse a non voler sapere, quale sia il loro nome, e ogni primavera li aspetti sotto quel melo selvatico, ed ogni volta sono sconosciuti con cui hai un appuntamento al buio. Forse piace così sia a te che a loro.

Avevo raccolto questi fiori e li avevo messi in un vaso vicino al lavello. Devo aver immaginato il lavello perché ha continuato a gocciolare per tutta la notte, anche Diletta se n’è accorta, l’ho sentita alzarsi. Insomma, avevo questo vaso, l’ho riempito d’acqua e l’ho messo vicino al lavello. Era pieno che sembrava una nuvola di petali, non si distingueva più dove uno iniziava e l’altro finiva, tutti stretti, tutti morbidamente accarezzandosi come se si stessero sfiorando teneramente le guance.

Però mancava qualcosa. Tutto quel giallo era troppo giallo. Troppo limone, ho pensato. Con i limoni vanno bene le more. E sono uscita a cercare le more ma sotto il melo non c’erano. Allora ho cercato lamponi, ma sotto il melo non c’erano. E allora ho cercato le violette, e sotto il melo stavano spuntando. Le violette proprio le violette. Le ho viste crescere, una per una, all’ombra. Questo è il potere dei sogni: poter vedere le violette crescere mentre crescono, voglio dire, non un po’ giorno per giorno, ma vederle veramente crescere. E così ti rendi conto di come cambiano in fretta, di quali petali non riescono né riusciranno mai a spuntare, di quelli che ce la fanno, di chi spunta per primo, si stiracchia come appena alzato dal letto e si dipana guadagnandosi lo spazio nella corolla; di chi profuma per primo; di chi prende la prima goccia di pioggia; di chi per primo cade; e allora, prima che tutto troppo in fretta venga cancellato e finisca concime per il melo, lo tagli, lo raccogli e lo tieni in vita. Certo, non è una vita vera, con le radici e tutto. E’ l’inizio del conto alla rovescia, perché solo in acqua sai che finirà presto. Però lo vuoi gelosamente e con un po’ di presunzione solo per te, un po’ d’acqua gli basterà e potrete godere di questi momenti minimi di magica compagnia, tu e un fiore reciso, ormai destinati alla non rigenerazione entrambi [questa storia del non rigenerarsi sta iniziando ad impressionarmi un po’ troppo].

Impressione. Quando qualcosa ti impressiona si stampa in te. Ti impregna gli occhi, che non sono più come uno specchio che tutto cattura e niente trattiene sulla sua superficie, ma si riempiono di ogni piccolo riverbero di luce che ha colpito l’oggetto. E ti impressiona. Forse per questo non mi fa una foto. E’ troppo impressionata. I suoi occhi sono già troppo pieni di immagini. Dovrebbe imparare ad essere specchio e lasciare che le immagini non le riempiano le iridi. Con gli alberi è più semplice che con le persone, perché si rigenerano, dice lei. Non ho mai capito che cosa volesse dire. Forse perché le persone hanno gli occhi ma non sono mai abbastanza “impressionate”, e di conseguenza non la impressionano. Non ci riescono. Invece gli alberi, senza alcuna pretesa, stanno. E la impressionano.

Non ricordo bene quel vaso di fiori. Si sfoca nella memoria. Le particelle di colore si dileguano nel marasma di particelle di colore. Come una di quelle foto che fa lei, che le sviluppa con la fecola. Ci butta questa fecola e le sfoca. Mai avrei pensato che patate e fotografie potessero andare d’accordo. A quanto pare la neutra pasta gialla del tubero fa miracoli. Inerte, insapore, e riesce a sfocare i contorni. Eppure quando la metti nella crema, la crema si addensa, non si sfoca proprio per niente, anzi. Diventa bella soda, non scivola  dal cucchiaio, si attacca, si adagia nella conca di metallo, pronta per precipitarti dentro la bocca.

Ecco cosa c’era: la fecola, fecola ovunque sparsa sul mio vaso di fiori che ho sognato stanotte.

S’è portata via il libro, menomale. Allora ha funzionato. Dovrei lasciare le cose in giro sul tavolo più spesso. Sì, il caffè.

Macinato per moka, per favore. 3 etti vanno bene. grazie.

Ha preso il libro. Incredibile. Di solito lo rimetteva semplicemente al suo posto, terzo scaffale, quarto posto da sinistra. Stamattina lo ha aperto. L’insonnia le fa bene.

Lo so perché ho sognato i fiori. E la fecola. E il vaso vicino al lavello. Tutta colpa di un’impressione.

[In foto: Heinrich Kühn, “Flowers in a Bowl”– MET Museum, New York]

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