Scrittura privata. Non hai scampo.

Ancora?

Ancora, cosa?

Ancora continui.

Ancora continuo, cosa?

Ancora continui con quella domanda.

Ancora, quale domanda?

Ancora con quel “mi fai una foto?”.

Ancora sì. È passato almeno un mese, ormai, dall’ultima volta che te l’ho chiesto.

No. Due settimane, al massimo.

Sì, ok. Due settimane. Ma perché?

Ancora?

Ancora, cosa?

Vogliamo continuare ancora per molto?

Sì. Ancora e ancora. Finché non mi fai una foto.

Allora metto su dell’altro caffè.

Ancora?

Ancora, cosa?

Ancora caffè?

Ancora sì. Andrà per le lunghe, come al solito.
Non ho intenzione di farti nessuna foto. Lo sai.

So, cosa?

Ancora?

Ancora, cosa?

Ancora.

È inutile che cerchi. Queste sono le due ultime tazze.

No. Ma non avevamo riempito la credenza?

Un mese fa.

Al massimo due settimane.
E comunque ogni volta è così. Finisci il caffè e non m’avverti.

Sei noiosa. Lo sai, se non mi scrivo di fare le cose non mi ricordo.

Ancora? La solita scusa. Da quattro anni.
Potresti annotarti le cose sul palmo della mano.

Attenta.

Attenta, cos-ahi!

Attenta alla credenza vuota.

Aia. Ogni volta. Dovremmo smontarla.

Aspetta. Me l’appunto sul palmo della mano.

Simpatica.
Comunque, i patti sono patti.
Tu hai finito il caffè, tu devi procurarlo per domani mattina.

Ancora con questa regola? Domani non lavoro. Dormo. Te lo puoi anche scordare.

No, scordatelo tu. Hai firmato un contratto.

Lo sai che quel contratto non è valido.

Scrittura privata. Non hai scampo.

Ancora non ti conoscevo così bene quattro anni fa, quando m’hai fatto firmare quella cartaccia. Sei pedante e noiosa. Sei anche vanagloriosa. Ma più noiosa che pedante e vanagloriosa. Sì, sei proprio noiosa tu.

Ancora?

Sì. Noiosa. Domani ti procuro il caffè. Contenta?

Non prima delle dieci, comunque.

E se non piove? Lo sai che ho da fare.

Dieci o niente. Le dieci è prima di mezzogiorno. Quindi le dieci rientrano nella “mattina”. Dovevi essere più accorta nella redazione.
Ma, se mi fai una foto, vado a prenderlo subito.

Ancora?

Ancora.

La pioggia aspetterà le dieci, allora, per andarsene.

Antipatica.

Ancora?

Ancora. Comunque, dopo quattro anni, continuo a non capire il perché.

Ancora?

Ancora.

Allora, un essere umano si rigenera fisicamente.
Dopo soli sette anni non una cellula del nostro corpo è la stessa.
Se io ti facessi una foto, quella scadrebbe.
Sette anni.
Non saresti più tu.
Cosa significherebbe, per te quella foto?
Una sconosciuta con delle  calze non appaiate.
Niente più.
Una persona che tu non hai mai incontrato ne toccato. Non una relazione. E lo stesso sarebbe per me. Mai. Non una connessione. Qualcuno che non conosco.
Non avrebbe senso.

Sì, ma sarei comunque io.

Cosa sei tu?

Io sono io.

Fra sette anni sarai sempre tu? No.
Fra sette, dieci, venti o trent’anni, sarai qualcuno di diverso. E dovrai inventarti una storia. Una storia che ricolleghi quella che sarai a quella che sei oggi.
Uno sforzo inutile. E di sicuro insuccesso.
Lo stesso sarebbe per me e per qualsiasi altra persona veda quella foto.
Non faccio foto che scadono. Non avrebbe senso.

Sì, ok. Non è la prima volta che mi parli della tua stupida deontologia professionale.

Stupida?

Stupida.

Non è così che mi convincerai a farti una foto.

Ok. Non è la prima volta che mi parli della tua deontologia professionale.
Leva stupida.
Comunque non riesco a capire perché tu possa fotografare gli alberi e non le persone. Sono organismi viventi anche loro. Anche loro si rigenerano periodicamente. Non so quanto diavolo ci mettano, ma si rigenerano anche loro.

Per gli alberi è diverso.

Perché?

Perché è diverso.

Non ha senso.
Sono quattro anni che tiriamo testate a una stessa credenza e ancora non riesci a spiegarmene il motivo.

Lo so, scusami.

Quanto vorrei una nuovaporto. Le dimentico. Sempre. La prossima volta provo ad appuntartelo sul palmo della mano. Mi hanno detto che funziona.

Simpatica.

Siamo in due.

Ora vado a letto. Ci si vede alle dieci, allora.

Te l’avevo detto che siamo in due. Notte e sogni d’oro.

Notte.

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