La strada verso casa sembra più lunga sotto la pioggia.

I passi si fanno più brevi nel tentativo di evitare le pozzanghere. L’asfalto, intriso di nero, nasconde i suoi difetti sotto una pellicola di cielo. Cinque giorni di pioggia. Ininterrotta. Il mondo sembra schiacciato sotto una nube grigia e i palazzi s’abbassano al fragore dell’acqua. Continuo, avvolta nel mio impermeabile. Sento scivolare le gocce sulla schiena. Continuo. La strada verso casa si fa più lunga sotto la pioggia. Cinque giorni di pioggia. Ininterrotta. La strada è larga e vuota e scura. Se solo non avessi perso il mio ombrello. Chissà dov’è. Forse è a casa ad aspettarmi. O forse no. Dovrebbero ideare un umbrella sharing. Sarebbe tutto più facile. Rovisto nella borsa. Cerco di accendermi una sigaretta. L’ultima sigaretta nel pacchetto. La fiamma si bagna. Non un porticato, non un balcone. I guanti sono umidi, come da giorni. Cinque, precisamente. Il filtro anche. Rinuncio. Se solo avessi un ombrello. Cinque giorni di pioggia ininterrotta e mai l’ombrello. Di sicuro non è a casa. Chissà dov’è questa volta. La strada è vuota. No. Un ombrello rosso si avvicina. Se solo avessi un ombrello. Se solo avessi una sigaretta. Cinque giorni di pioggia. Un ombrello si avvicina circondato dall’acqua. Se solo avessi un ombrello. Se solo avessi una sigaretta. Se solo ci fosse un porticato. Cinque giorni di pioggia e un ombrello rosso alle spalle. Chissà dov’è il mio. La strada è lunga e vuota e stretta. Continuo. Allungo i passi, uno dietro l’altro, evitando le pozzanghere. La pioggia si fa più fitta. Se solo avessi un ombrello e una sigaretta. Se solo ci fosse un porticato. Ma la strada è vuota. Neanche un ombrello rosso alle spalle. Cinque giorni di pioggia e mai l’ombrello. La pioggia si fa più fitta, le gocce più pesanti, le sento sulla schiena. Un neon brilla lontano. Non troppo lontano. La strada si fa meno vuota. Non meno lunga. Se solo avessi un’altra sigaretta. L’ombrello non è poi così importante. L’umbrella sharing sarebbe un fiasco, ne sono certa. Stringo i pugni dentro la lana. La strada s’accorcia sotto la luce del neon. Un miraggio. Un miraggio in un deserto fatto d’acqua, un’acqua sempre più pesante. La luce si fa più limpida. Shop. Nient’altro. La strada si stringe intorno a quella luce e la pioggia si fa più forte. Trenta passi, all’incirca. Ogni giorno la stessa strada e mai avevo visto quel neon. Shop. Sono troppo distratta. Chissà dov’è il mio ombrello. Sono sotto al neon. Trentatre passi, precisi. La strada si fa più lunga sotto la pioggia. Decido di gettarmi dentro aspettando che spiova. Dentro è ancora più scuro. Un pullover bordeaux mi da un buon giorno dietro il terzo scaffale, l’ultimo. Posso aiutarla? No, grazie. Volevo solo dare un’occhiata. Un odore acre avvolge il mio impermeabile. Volevo solo ripararmi dalla pioggia sarebbe stato troppo sfacciato, anche dietro il mio impermeabile gocciolante. Inizio a girare intorno a quell’ammasso di polvere aspettando che spiova. Una lampada brucia infondo alle pareti strette. Mi guardo intorno, curiosa e gocciolante. I tappeti, ammassati a terra, s’impregnano al mio passaggio. Cerco tra gli scaffali qualcosa che possa rubarmi del tempo. Vecchi dischi storti. La carta da parati, anch’essa rigonfia d’acqua s’affaccia sui tappeti.  Vecchie magliette dai brillanti colori slavati e maglioni tarlati. Vecchie cartoline da un altro continente. Rovisto tra i libri mangiati dalla polvere. Un libro senza copertina. Lo sfoglio senza sfilarmi i guanti. Bukowski, poesie. Si ostinava a scriverle conscio di un risultato mediocre. Non lo capisco. Ripongo il libro in mezzo alla polvere. Chissà se il tipo bordeaux vende sigarette. Prendo in mano il libro a fianco. Poeti tedeschi, un’antologia. Cerco di sfogliarlo. Non ho voglia di sfilarmi i guanti. Rimetto il libro dov’era, in mezzo alla polvere. Non avevo mai notato questo neon. Eppure la strada è sempre la stessa, un più lunga negli ultimi cinque giorni, ma sempre la stessa. Il soffitto è basso. Vuole schiacciarmi. Fuggo dietro al terzo scaffale. Il tizio, bordeaux anche in volto, è scomparso. Frugo tra vecchie stoviglie scheggiate e calici opachi. Niente. Gli scaffali sono finiti. Intimorita dal soffitto, m’avvicino al bancone. Su un lato il vecchio registratore di cassa ammaccato ai bordi e dall’altro un cesto in vimini, chiaro contro il bancone mogano. Infilo il guanto. Da una finestrella uno scampolo di grigio e basta. Sembra abbia smesso di piovere. Sembra abbia smesso di piovere dopo cinque giorni. Chissà dove ho lasciato l’ombrello. Frugo. Sbuca da una tenda verdastra il tipo bordeaux, paonazzo in volto. Accenno un sorriso e continuo a frugare. Insoddisfatta, ritraggo la mano per rigettarmi in strada. Un tintinnio affoca l’aria pesante. Un’ancora appesa al mio guanto destro. Un’ancora, una chiave e uno stelo. Chissà dove sono i petali. Chissà dov’è il mio ombrello. Dorati e aggrappati al mio guanto destro, l’ancora e la chiave e lo stelo tintinnano in un bracciale. Decido di pagare pegno per l’asilo all’uomo bordeaux in bordeaux. Un sacchetto? No, l’ho già al polso, di nuovo aggrappato al guanto, questa volta quello sinistro.

Sono di nuovo in strada, sulla breve strada verso casa.

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