Quattroperquattrougualecentotrentuno

Un alveare. Troppo perfetto per essere umano. Fluido. Dinamico. Incasellato al suo interno il mio ufficio. Tenero. Una trincea che può avvolgere e proteggerti da ciò che fuggi. Perché la fuga non finisce spingendosi verso oriente. Ma anche la trincea può avvolgere fino a soffocare.

La curva d’apprendimento s’allunga sul piano. Non è ancora asintotica all’ascissa ma si sta avvicinando. Qualche mese è sufficiente per imparare a ringraziare e salutare una cassiera compiaciuta dal mio accento, dopo aver letto il verde degli Yen, impressi sul solito cristallo nero del registratore di cassa. I numeri rimangono arabi, ovunque. I giapponesi fallirono come fallirono i romani. La curva d’apprendimento è un concetto versatile. Non capisco perché sia ignorata dai più. Ad ogni modo questa si confonde velocemente con il lungo braccio delle X nell’identificazione del proprio rifugio. Materiale, chiaramente. La vedo li, avvolta nella nebbia di un’estate che avanza. Una pino affonda le radici nel giardino condominiale e alle sue radici camelie si colorano di rosa ai bordi. Non un cedro. Ma neanche in Via degli Ulivi c’erano ulivi. Magari in Piazza Dante ci abita un certo Dante e in Piazza Duomo sai che puoi trovare un qualche povero cristo appeso; ma non ascoltare gli arbusti, mentono.

Ho smesso di contare i mesi. Suzuki quattroperquattro, come ogni giorno, era passato a sincerarsi del mio lavoro. Ogni giorno fa vorticare le gambe al di là della porta. Ogni giorno, nonostante il ronzare dell’alveare, lo senti inchiodare. Ogni giorno intravedi la sua figura asciutta, non minuta, al di là del vetro opacizzato. Ogni giorno schianta le nocche e aspetta il tuo consenso. Apre e s’inchina. M’ascolta e lo ascolto e m’ascolta e si congeda e s’inchina. Andandosene, questa volta s’avvita su se stesso: “Del tutto ufficioso, ma si sta pensando ad un’operazione straordinaria. Si dovrebbe rivedere la struttura del gruppo. Chiaramente il tutto si svolgerà in Italia. Mi sembrava giusto avvertirti perché probabilmente ci sarà un ruolo anche per te in tutto ciò”. Nella speranza che quel “dovrebbe” potesse esser considerato particolarmente remoto e lontano e che quel “probabilmente” fosse solo un rafforzativo dei complimenti fatti per il lavoro fin’ora svolto, ripresi le mie scartoffie arrotolandomi nel fango della mia trincea. La cravatta iniziava a stringere e la vena a pulsare. Tornare. La tregua poteva finire da un giorno all’altro. E non potevo far niente. Come al mio solito.

 

Arrivano le nove. Trascinandomi fuori dalla trincea, inizio la fuga nella terra di nessuno. Schivo i colpi fino al treno. Ma il frastuono della metro disorienta e sbilancia. E tra il rumore dei binari stridenti si nasconde il boato. Un proiettile s’incassa sotto lo sterno. Deflagra all’impatto. Corrode le budella. Disorientato e percosso, m’avvio rigido alla rampa d’uscita. Centotrentuno i passi che, costeggiando il mio artificiale ricordo dei suginamiki, servono per arrivare fino a quella che ora posso chiamare casa. Rifugio. Pino e camelie incluse. Centotrentuno passi e un’idea da soffiare via insieme al fumo amaro di una sigaretta. Centotrentuno in tutto. Centotrentuno comprese le scale. Quattro scale. Spingo la porta e mi trascino per l’atrio fino all’appartamento. Altri dieci passi per la serratura. Piano terra. Entro. Mi lascio la cucina sulla sinistra. La fame si è spenta dietro al pomeriggio. Allento la cravatta e libero i polsi. Sanguinante di parole, m’avvicino alla Lettera 32.

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(Se)

La prima notte che trascorsi in Giappone fu orrenda. Tokyo, il brulichio di gente a tutte le ore, luci colorate, strani ritrovati tecnologici che non capisci bene a cosa servano ma poi scopri di non poter fare più senza, sì, tutto vero. Al di là degli stereotipi e delle fantasie su un mondo lontano, ero a pezzi. Niente che mi esaltasse se non l’idea di arrivare nella casa che la ditta aveva preparato per me. Per fortuna non in centro, ma nella tranquilla periferia fiorita di ciliegi e mandorli. Sì, stereotipo anche questo, ma iniziavo a pensare che quello che per me era stereotipo e dolcemente romantico, era in realtà la normalità. Bastava abituarsi. E sapevo che ci sarei riuscito, che un giorno avrei parlato del Giappone con tutta la naturalezza possibile – e anche con un pizzico di compiacenza.

Suginami. Il nome del quartiere in cui abitavo. “C’era una lunga fila di cedri prima, Suginamiki è “albero di cedro”.  Ora non più cedri, ma tanti parchi e boschi”, mi disse l’affittuaria della casa. Niente a che vedere con l’impertinenza scocciata della signora Falchera. Anziana sì, con i capelli bianchi ma memori di una lucentezza corvina di gioventù raccolti sopra la testa. Mi mostrò le stanze, mi aprì le porte, mi spiegò il funzionamento meccanico di questo luogo di cui mi rimanevano però ancora ignoti i rituali, gli angoli preferiti, i segreti accumuli di polvere – tutto ciò, insomma, che mi avrebbe permesso di chiamarla “casa”. Non più scale da saltare in fretta per venire da te, non più tappetini “welcome”, non più divani su cui studiare, non più chitarra, niente. Azzerato.

Scosso dal viaggio che era durato, imprevisti compresi, la bellezza di 28 ore, scosso dall’idea di tutto quello che avevo lasciato, dall’idea di te, da te, crollai. Un morso alla pancia. Lo stomaco che si rivoltava e rovesciava anche me. Passai le successive 24 ore a letto, in preda alla febbre e facendo la spola tra il letto e il bagno. Se non altro, avevo potuto inziare a conoscere quella parte della casa. 9 passi. Passi grandi, ovviamente, di chi ha fretta di raggiungere il lavandino.

La parte peggiore però è stata il delirio della febbre. Confuso. Pieno di sogni colorati, c’erano delle perline che tu infilavi paziente per poi tagliare il filo e lasciare che cadessero in terra come un’abbondante pioggia d’autunno, di quelle che non irrigano ma distruggono solamente. Poi delle scarpe bianche. Il mare che si riempiva di persone a fare il bagno. Un drago che rincorreva delle pecore in mezzo ad una spiaggia di sassi.

Piuttosto traumatico come inizio.

(Devo ammettere, ma lo faccio sottovoce, altrimenti mi diresti come al solito “Se mio nonno avesse le ruote sarebbe una cariola, smettila di usare questi Se!”, che per un attimo ho provato a immaginare come sarebbe stato se…se fossi rimasto, se non fossi fuggito, se Betzy non fosse rimasta lì, se se se se. Il problema con i Se è che creano dipendenza. Si vorrebbe usarli all’infinito ed andare sempre più a ritroso per raggiungere la prima vera causa scatenante, il click dell’interruttore originario che ha acceso la macchina infernale delle scelte e delle conseguenze. Ci ho provato, ma il risultato è stato piuttosto gramo. Avevi ragione tu, anche questa volta. Cercavo di leggere segni di te intorno, e c’eri, ma c’eri fino a un certo punto, fino a quando ho dovuto convincermi che Suginami significa “fila di cedri” e non “cesto di pompelmi”. E tu odiavi i cedri perché gli agrumi devono essere agri, non fintamente zuccherosi. I pompelmi sono gli unici agrumi onesti).

Il giorno dopo tutto filò abbastanza liscio. Andai a conoscere il mio capo, il signor Suzuki – no, non è uno stereotipo, e se anche avesse le ruote non sarebbe una carriola, al più un simpatico fuoristrada 4×4 – che mi invitò a cena la sera stessa per discutere meglio del mio compito lì. E così, alle 8 precise, ero ad uno dei Benihana della città, il marchio più occidentale di cucina giapponese che possa mai esistere. Un tentativo per farmi sentire più a mio agio? Per farmi fare una scorpacciata ulteriore di stereotipi? Non cucina giapponese, ma l’idea occidentale della cucina giapponese era quello che mi si presentava davanti agli occhi. Suzuki 4×4 probabilmente se n’era accorto. Ecco perché il dopo cena si è concluso da un’altra parte, dove il sakè non sembra vodka allungata con l’acqua e il wasabi brilla verde. Verde acerbo. Mirta, smettila di fissarmi da quella ciotolina.

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Una fuga all’inglese non può durare per sempre.

Iniziò a contare i martedì sulle corde di quel rottame di legno che chiama Betzy. Quando arrivò a sei ripartì dagli scarabocchi che s’arrotolano attorno al foro della cassa armonica.

 I mercoledì, i giovedì, i venerdì, i sabati, le domeniche e i lunedì non cambiarono. Continuava a trotterellare per la casa. Fastidiosa e inopportuna.

Ma ad Ares non si scappa. Nel secondo giorno della settimana arrivava dalla redazione, fasciata dal suo impermeabile dalla manica consumata, e si sedeva avvolta nel mentolo. Prendeva Betzy e la tendeva al muro, apriva i suoi libri e taceva, quasi in attesa. Facevo appena in tempo a salutarla prima di avviarmi dai miei baffuti. Dal canto mio, quei vecchi bavosi – consolare la gente non è mai stata una delle mie doti più spiccate – furono una benedizione. Considerando, poi, che fu proprio lei a chiedermi di cambiare il turno e rinunciare al mio giorno libero per levarmi dai piedi ogni martedì sera – in cambio di un lunghissimo mese di stoviglie lavate – non potevo neanche sentirmi troppo in colpa nell’abbandonarla stropicciata in quella Via degli Ulivi. Scostando la porta le singhiozzavo: “una fuga all’inglese non può durare per sempre, buono studio.” Lei rispondeva laconica:

“Grazie e buon lavoro.”

Quando arrivò a contare il secondo Mi, tagliai la prima parte. Non potevo far altro che attendere che lei smettesse d’attendere.

La loro relazione, se così possiamo chiamare quell’adolescenziale rincorrersi, era un territorio proibito. Il divieto fu scritto col verde, ma non quello stesso verde che aveva appeso in camera. Era il verde acerbo dei suoi occhi ad aver definito il territorio quando le chiesi: “Quei cuscini, sono comodi o no?”. Da quella mattina mi limitai a stuzzicali in coppia, giusto per farmi un’idea di cosa succedeva mentre ero a lavare i bicchieri sporchi di Brancamenta. La risposta che mi davo era sempre la stessa. Niente.

Quando mi ritrovai quella carcassa di palissandro ammaccato in casa intesi che c’era qualcosa di strano nell’aria. Non se ne separava facilmente. Aspettai il martedì per chiedere. Allontanandomi da Via degli Ulivi le chiesi “Ma lui?”

“Giappone. Per lavoro. Ti saluta.”

“E non poteva farlo di persona?”

“Mi sono posta la stessa domanda.”

“Torna quando?”

“Non so.”

Quei due monosillabi vomitati indicavano che stavo continuando con le infrazioni. Singhiozzai il primo dei sei “Una fuga all’inglese non può durare per sempre.” e mi chiusi la porta alle spalle.

Quando finì di contare gli scarabocchi ripartì dai tasti. Intanto avevo finito di sporgermi sul bancone per quella dannata macchinetta, ma i suoi martedì non cambiavano. Nonostante l’avesse fatta in barba all’ostacolo Gonella e fosse iscritta da qualche tempo all’albo, continuava a passare il martedì sui suoi libri. Nella settimana in cui ritornai dal mio parco insospettita dal tizio tra il moro e il castano, era già arrivata al diciottesimo. Ora non mancava che un ultimo tasto.

Una fuga all’inglese non può durare per sempre: i conti in sospeso vanno saldati. Sempre. E quei sette anni non sono ancora passati.

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Secondo l’oroscopo celtico, il segno dell’Olmo si associa…

Se fosse improvvisamente scomparsa nel nulla, sarebbe stato l’amore più grande della mia vita.

Probabilmente lo è stato comunque, ma in un modo che sfuggiva alla mia follia da ventenne. Avevo bisogno di lei per quello che i suoi calzini diversi erano, per quello che il suo tenero affetto mi lasciava, per il sapore che aveva il suo mento quando un rivolo di succo di pompelmo le colava dall’angolo della bocca. I martedì passati insieme a studiare erano ovviamente solo un banale pretesto per passare ore a guardarci nasconderci dietro una maschera di fascino intellettuale che in realtà viaggiava anche verso il basso, molto verso il basso. Tutto sempre taciuto, tutto mai detto, tutto sempre lasciato vagare nella zona vaga e indistinta dell’etereo. Macché etereo. Era vero, vero brivido, mai consumato che però voleva essere sempre attizzato e infuocato. Non era l’uno dell’altra quello di cui avevamo bisogno. Eravamo vampiri che volevano solo succhiare l’essenza, l’energia. La vita. Io volevo la sua vita. E tutto quello che c’era dalla vita in sotto. E se ne rimaneva un po’, anche quello dalla vita in sopra.

Il problema era che lei esisteva, ed esisteva in un modo che mi impediva di averla. L’unico suo difetto era l’esistenza. Dovevo partire per convincermi che non ci fosse, che la Mirta che scioccamente aveva bussato alla porta di mio zio per chiedere il sale, che due ore dopo era salita di nuovo a chiedermi il té e una settimana dopo aveva dormito sul divano di casa mia per vedere se i cuscini fossero comodi abbastanza, che mi aveva rotto il pavimento con una bottiglia…non puoi esistere, non devi esistere. Perché così posso cancellarti e ri-conoscerti un’altra volta, e questa volta magari interessarmi meno a te e rimanere meno affascinato e meno sorpreso e riuscire a viverti con più idiozia.

Invece no. Tu esisti, e fai drammaticamente precipitare anche me nel mondo e nel bisogno costante di te. Non ti sopporto, non sopporto l’idea che tu ci sia, voglio perdere altro tempo e non vivere nel tuo stesso palazzo, non studiare con te, non trovarmi con te il martedì sera, non darti il sale, non essere a distanza raggiungibile. Oppure, se lo sei, allora lascia che ti prenda, che spenga la luce, che senta il tuo braccio contrarsi e il gomito serrarsi e il collo stendersi, non farmi domande, non darmi risposte. Vorrei essere un essere senza memoria e senza desiderio, e invece sei qui che mi fai sperare, attendere, ricordare.

Devo andare. Mi ero detto, devo andare. Il Giappone. Anni dopo. E quelle maledette NewPorto che ti ostini a fumare, schifose. Forse mi hai riconosciuto.

Il giorno in cui preparai gli scatoloni avevo finito il nastro adesivo. Scendendo a comprarne un rotolo, ho incrociato sulle scale la signora Falchera. Col suo sex appeal da portinaia in grembiule di cotone a righe azzurre

“Mi spieghi ora cosa c’è da correre”

Ho fretta, molta fretta.

“Ma è vero che parte?”

Non lo dica forte, non volevo rovinare la mia uscita di scena con la lettera 32.

“Sì ma torno tra qualche giorno”

Per un istante ho sperato di sognare, ho sperato di ritornare veramente qualche giorno dopo e rientrare nella bella routine dei martedì sera. Ma non potevo. Non potevo. Non potevo arrendermi all’idea che tu esistevi. All’idea che eri lì. Dovevo rischiare di rovinarmi  e rovinarti perché sapevo che un giorno sarei tornato per vederti accendere le NuovaPorto e asciugarti la goccia di succo di pompelmo che ti aveva macchiato i pantaloni quel pomeriggio a casa mia. Volevo vivere parallelo a te senza te privato della tua esistenza. Mi dovevi lasciare in pace. Quello che tu significavi per me era quello che contava. Di te mi fregava ben poco.

E pensare che stavo per mandare tutto all’aria. Prima la Signora Falchera che mi blocca per le scale: “Ecco, ora esce fuori, mi chiede cosa ci faccio del nastro adesivo, dove sto andando, scene di pianto e panico, no ti prego non partire vengo con te ma lasciami stare ma che cazzo vuoi ma tu che cazzo hai ma ecc ecc”. Poi Betzy che rimane da mio zio.

Poi l’aereo che persi. Il Giappone in cui non arrivai mai. L’albergo in cui alloggiai in attesa del volo successivo. La donna che incontrai nell’atrio. Le calze a rete. Il volo che finalmente presi. La valigia smarrita.

E l’olmo in giardino che aveva sostituito i mirti. E via degli Ulivi. Se fossi stato un esperto di oroscopo celtico, avrei saputo interpretare questo cambiamento di flora come un segno del destino. Eri tu però quella che strappava l’ultima pagina del giornale per interrogare lo zodiaco.

“Siamo noi ad interrompere l’opera degli dei, / noi impazienti ed ignare creature dell’attimo”.

(Kavafis, “Interruzione”)

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Il vetro riflette sporco la mia immagine.

Il vetro riflette sporco la mia immagine. Il neon continua a ronzare. Gli scuri spalancati aprono la cucina alla notte. Una notte con più stelle del solito. La vecchia luce vince sulla nuova: guasto alla rete elettrica e strade costrette al buio da giorni. Appoggio i gomiti a uno dei due lati corti del tavolo, quello che punta la porta. Il mio posto. Lo scelsi di conseguenza. Diletta dovette scegliere per prima.

“L’uscita è l’unica cosa che non può mancare in una stanza. Tutto il resto è un accatastamento di roba. Spesso superflua. Ancora più spesso di cattivo gusto.”

“Semplicemente, claustrofobia.”

“Con i semplicemente non arriverai mai da nessuna parte.”

Come darle torto. Allungo la mano sul tavolo e agguanto la minerva. Sfrego il fiammifero e infiammo la punta della sigaretta.

Il vetro riflette sporco la mia immagine. Afona e nebbiosa. Un altro martedì, il sesto da quando siamo rimasti in due. Il sesto che è uguale al quinto, che è stato uguale al quarto come il quarto è stato uguale al terzo. Quest’ultimo uguale al secondo e il secondo uguale al primo. Io e Betzy. Lei è lì, con le chiavette tese verso muro, in attesa che il silenzio si chiuda. Io fisso la mia immagine che fissa il libro. La legge Gonella parla chiaro, ma dei massimi sistemi non se ne parla più. Non c’è del gin per spaccare mattonelle né un croque-notes a parlare di belle passanti, uccelli migranti o reputazioni sbagliate. Soffoco la sigaretta nel posacenere. Con i riti si impara ad attendere? No, con i riti s’inganna il tempo che ci rimane. Dicevano che la religione è l’oppio dei popoli. Questa miscela di alcaloidi è tagliata con miti, simboli e, per l’appunto, riti. I riti solfeggiano le ore da sempre, le colmano e le alleggeriscono. Come l’elio dei palloncini. Mi alzo e m’avvicino al piano cottura. Svito, acqua, caffè, caffè sopra l’acqua, avvito, serro, centro sul fornello, gas, accendino. Non tutti hanno bisogno motivi e punti di riferimento ma tutti hanno bisogno di riti. M’avvicino alla finestra, in attesa del borbottio finale. La vecchia luce dovrebbe vincere più spesso sulla nuova. Giubilo, tazzina e ancoar tavolo. E minerva, fiammifero, fiamma, sigaretta, fumo. Sostanzialmente Marx sbagliava. I riti sono l’oppio dei popoli.

Il vetro continua a riflettere sporco la mia immagine. Sporca e nebbiosa. Tu, Betzy, sei fortunata. Per ritrovare il sorriso ti basta del nylon. O, al massimo, del nylon circondato da metallo.

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Così terrorizzato che non aveva lasciato neppure un indirizzo dove rispondergli.

Aspettare che di nuovo, per caso, tu riappaia?

E sia.

Allora mi metto qui e aspetto. Aspetto come si aspetta il tram, sapendo che prima o poi passerà, si spera il più presto possibile? O aspetto come si aspetta il colpo di grazia, che sai che arriverà, si spera il  più tardi possibile? O aspetto come si aspetta la campanella dell’ultimo giorno di scuola, che non riesci a pensare ad altro fino a quel momento, e non esistono compiti che riescano a tenerti incollato sulla sedia o grafici che incollino i tuoi occhi alla lavagna? Mi hai insegnato tante cose, caro Ludovico, ma l’attesa non sei mai riuscito a farmela capire. “Un atteggiamento, è un atteggiamento. L’attesa non è tempo, l’attesa è il tuo modo di parlare con il tempo”. Certo. Ovvio. Come quando prepari il caffè: compi una serie di riti che ti preparano al borbottio finale di giubilo. Con i riti si impara ad attendere. Sviti, acqua, caffè, caffè sopra l’acqua, avviti, serri, centri sul fornello, gas, accendino, e lo sfriggere dell’acqua colata sul bordo della caffettiera che nella sua rapida corsa sfrenata finisce per tamponare con la fiamma del fornello.

Per questo mi hai lasciato la tua moka nello scatolone? Insieme al sale, la mattonella del bagno che ti spaccai con una bottiglia di gin, il righello, il disco, la penna di pinocchio, la tovaglia a scacchi? Non si fa così, non si va via così, tu, Brassens e una macchina da scrivere.

Ti ricordi l’ultimo martedì? O meglio, io non credevo fosse l’ultimo, lo è diventato dal momento in cui te ne sei andato – tu ti ricordi l’ultima volta che tua mamma ti ha preso in braccio? Perché uno non sa quand’è l’ultima volta che la madre lo prende in braccio, succede e basta, anche perché sarebbe a dir poco traumatico per un bimbo sapere che da quel momento in poi sarà ufficialmente nel mondo dei “bimbi grandi”, ma cosa c’entra Mirta ma cosa dici Mirta.

Insomma, Martedì scorso, che era l’ultimo Martedì anche se a mia insaputa, sei entrato con la vecchia Betzy, che ha battuto per l’ennesima volta la pancia contro lo stipite della porta prima e la testa contro la credenza poi. La tieni in braccio con così poca cura…

“Poverina”

“Tanto è di legno”

“Diletta non offendere”

“È di legno e lo sa benissimo anche lei”

“Ma tu non vai al bar stasera?”

“Sì che vado, io le nottate sopra i libri le ho già fatte. Ora mi tocca farle sul bancone a sciacquare bicchieri di Campari orlati di bava di ottantenne di provincia”

“Quanto ti manca per comprare la macchina fotografica che mi dicevi?”

“Troppo, ancora troppo. Ma lasciamo stare, meglio che vada.Voi quando avete il famoso esame?”

“Due settimane e qualche ora”

“Ah, grazie per la specificazione. E la chitarra, scusate, vi aiuta a concentrarvi meglio?”

“No, Betzy odia i libri. Però le si è rotta una corda e mi chiedevo se…”

“Sai dove le tengo, immagino”

“Sì, credo…”

“Sì lo so, dovresti rispondermi”

“Sì lo so”

“Ecco, buona serata allora”

E come ogni martedì, dal libro a Betzy alle discussioni sui massimi sistemi. Mancava quella volta il tuo preferito, il sol. Il mio preferito, ma il tuo preferito anche. Non pensare che io dica “il nostro” perché lo sai che mi fa schifo qualsiasi sottesa mielosa condivisione di deboli accenni di supposta complicità. Quindi, mancava il sol all’appello SOLve polluti, la nota che scioglie i peccati e ti strizza lo stomaco. Perché ti sta lì, sulla pancia, e quando la pizzichi è come una lama che ti entra trasversale, sfonda la cassa armonica, ti taglia l’ombelico, passa radente all’ultima coppia di costole, ti squarta i fianchi e passa precisa tra T11 e T12, le vertebre galleggianti, che una volta mi hai detto che galleggiano perché devono far passare il sol senza fare troppa resistenza, altrimenti il sol ci spaccherebbe la colonna vertebrale e invece bisogna lasciare che ti attraversi senza cercare di tenerselo dentro perché non ce la faresti.

“il sol ti attraversa e non si ferma, non si concede per tanto ma ti devasta il giusto perché tu ne abbia bisogno ogni tanto di nuovo”

Abbiamo cercato quella corda per tutta casa, nel cassetto, nella custodia, nell’armadio. E mi dispiaceva per Betzy, poverina. Solo libri quella sera, e disquisizioni sui massimi sistemi. No Betzy.

Ti avevo detto che te l’avrei trovata per il prossimo martedì. Ma non c’è stato prossimo martedì. E così, come il sol che ti passa attraverso le vertebre, sei andato. E io, come lo spazio vuoto tra le due vertebre, mi sono preoccupata di lasciarti passare. E visto che non ho un indirizzo dove risponderti e dirti tutte queste cose, prendo in consegna Betzy.

Sono passata da tuo zio. Forse si aspettava che gli chiedessi qualcosa. Di te, intendo. E invece gli ho chiesto di lei. La prendo in prestito per un po’, gli ho detto. Sinceramente, per un po’ avevo pensato la portassi con te. Ma sono stata felice che gli scatoloni fossero troppi.

In compenso, ora Betzy non ha più il sorriso sdentato. Il sol è al suo posto.

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La lasciò sciovolare sotto la porta. Era terrorizzato dall’oblio di una buchetta delle lettere.

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